
L’euro (EUR) restituisce i guadagni iniziali contro il dollaro statunitense (USD) e si porta sulla parità di giornata intorno a 1,1234 durante la sessione europea di giovedì. La principale coppia valutaria subisce pressioni poiché l’euro deve far fronte a diversi fattori avversi.

Gli strategist di Danske Bank osservano che l’ultimo ribasso dell’euro è stato determinato principalmente dal sentiment, sottolineando che «il calo della coppia è dovuto alla combinazione di prezzi elevati dell’energia e pessimismo sull’EUR legato ai timori sul debito francese». Rilevano che questi fattori hanno rafforzato la cautela già presente nei confronti della moneta unica, mantenendo gli investitori restii ad aumentare l’esposizione all’euro nonostante l’assenza di un chiaro catalizzatore direzionale sui mercati nel loro complesso.
Il rialzo dei prezzi del petrolio non è favorevole all’euro, dato che il continente dipende fortemente dalle importazioni di greggio per soddisfare il proprio fabbisogno energetico. Al momento della stesura, il prezzo del petrolio WTI sale del 2%, attestandosi vicino a 99,50 dollari.
Nel frattempo, gli investitori attendono i dati preliminari degli indici PMI di ottobre per l’Eurozona e gli Stati Uniti (USA), in programma venerdì. Sia nell’Eurozona sia negli Stati Uniti, si prevede che l’attività economica complessiva abbia registrato una nuova espansione, ma a un ritmo moderato.
Guardando ai prossimi appuntamenti, i principali catalizzatori per l’euro e il dollaro statunitense saranno gli annunci di politica monetaria della Banca centrale europea (BCE) e della Federal Reserve (Fed) della prossima settimana: si prevede che entrambe lasceranno invariati i tassi di interesse.

Sul grafico giornaliero, EUR/USD è scambiato a 1,1231, rimanendo al di sotto della media mobile esponenziale (EMA) a 20 giorni, posta a 1,1266, e mantenendo un’impostazione lievemente ribassista. Questa EMA di breve termine continua a frenare la coppia, suggerendo che i rialzi siano ancora oggetto di vendite, mentre l’indice di forza relativa (RSI) vicino a 40 segnala uno slancio ribassista debole ma in fase di stabilizzazione, piuttosto che una vera e propria condizione di ipervenduto.
Al rialzo, l’EMA a 20 giorni a 1,1266 rappresenta la resistenza immediata che i rialzisti devono riconquistare per attenuare l’attuale pressione e aprire la strada a una ripresa più duratura. Al ribasso, l’assenza di supporti vicini individuati nei dati disponibili lascia il cambio a pronti vulnerabile a ulteriori flessioni verso i precedenti minimi di prezzo; il sentiment resterà probabilmente fragile finché EUR/USD rimarrà al di sotto dell’EMA di breve termine.
(L’analisi tecnica di questo articolo è stata redatta con l’ausilio di uno strumento di intelligenza artificiale. Scopri di più.)
L’euro è la valuta dei 20 paesi dell’Unione europea che fanno parte dell’Eurozona. È la seconda valuta più scambiata al mondo dopo il dollaro statunitense. Nel 2022 ha rappresentato il 31% di tutte le transazioni sul mercato dei cambi, con un volume medio giornaliero di oltre 2.200 miliardi di dollari. EUR/USD è la coppia valutaria più scambiata al mondo, con una quota stimata del 30% di tutte le transazioni, seguita da EUR/JPY (4%), EUR/GBP (3%) ed EUR/AUD (2%).
La Banca centrale europea (BCE), con sede a Francoforte, in Germania, è la banca centrale dell’Eurozona. La BCE fissa i tassi di interesse e gestisce la politica monetaria. Il mandato principale della BCE è mantenere la stabilità dei prezzi, il che significa controllare l’inflazione oppure stimolare la crescita. Il suo principale strumento è l’aumento o la riduzione dei tassi di interesse. Tassi di interesse relativamente elevati, o l’aspettativa di tassi più alti, tendono a favorire l’euro, e viceversa. Il Consiglio direttivo della BCE prende le decisioni di politica monetaria nel corso di riunioni che si tengono otto volte l’anno. Le decisioni vengono prese dai governatori delle banche centrali nazionali dell’Eurozona e da sei membri permanenti, tra cui la presidente della BCE, Christine Lagarde.
I dati sull’inflazione dell’Eurozona, misurata dall’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IAPC), rappresentano un importante indicatore economico per l’euro. Se l’inflazione aumenta più del previsto, soprattutto se supera l’obiettivo del 2% della BCE, quest’ultima è costretta ad alzare i tassi di interesse per riportarla sotto controllo. Tassi di interesse relativamente elevati rispetto a quelli delle altre economie tendono a favorire l’euro, poiché rendono l’area più attraente per gli investitori internazionali che cercano dove collocare i propri capitali.
I dati pubblicati misurano lo stato di salute dell’economia e possono incidere sull’euro. Indicatori come il PIL, gli indici PMI manifatturieri e dei servizi, l’occupazione e le indagini sulla fiducia dei consumatori possono tutti influenzare l’andamento della moneta unica. Un’economia forte favorisce l’euro. Non solo attira maggiori investimenti esteri, ma può anche incoraggiare la BCE ad alzare i tassi di interesse, rafforzando direttamente l’euro. Al contrario, se i dati economici sono deboli, è probabile che l’euro scenda. I dati economici delle quattro maggiori economie dell’area euro (Germania, Francia, Italia e Spagna) sono particolarmente significativi, poiché queste rappresentano il 75% dell’economia dell’Eurozona.
Un altro dato significativo per l’euro è quello della bilancia commerciale. Questo indicatore misura la differenza tra quanto un paese ricava dalle esportazioni e quanto spende per le importazioni in un determinato periodo. Se un paese esporta beni molto richiesti, la sua valuta si apprezzerà per effetto della sola domanda aggiuntiva generata dagli acquirenti esteri che intendono acquistare tali beni. Pertanto, un saldo positivo della bilancia commerciale rafforza una valuta, mentre un saldo negativo produce l’effetto opposto.